Amnesty, 'migliaia esecuzioni capitali segrete' in Cina

Italia, Giovedì 12 Aprile 2018 - 13:11 di Redazione

La Cina è rimasta nel 2017 lo Stato dove si eseguono la maggior parte delle condanne a morte. A segnalarlo è Amnesty International nel suo rapporto annuale sulla pena di morte nel mondo, sottolineando che la reale dimensione dell'uso della pena capitale nel Paese asiatico è sconosciuta, poiché i dati relativi sono considerati segreto di Stato. Pertanto, il totale di 993 esecuzioni registrate nel mondo dall'organizzazione nel 2017 e riportate nel rapporto annuale sulla pena di morte "non comprende le migliaia che si ritiene abbiano avuto luogo in Cina".Amnesty "ha monitorato l'uso della pena di morte nel corso dell'anno, così come le sentenze giudiziarie inserite nel database nazionale pubblico, il China Judgements Online della Corte suprema del popolo", si legge nel rapporto. "Ancora una volta, Amnesty International ritiene che la Cina sia il paese che esegue la maggior parte delle sentenze capitali nel mondo, mettendo a morte più persone rispetto al resto degli stati mantenitori messi insieme". L'organizzazione "ha rinnovato la sfida alle autorità cinesi di essere trasparenti e rendere tali informazioni disponibili al pubblico".TUTTI I DATI - Nel 2017, rispetto ai record negativi degli ultimi anni, le esecuzioni e le condanne a morte registrate a livello globale risultano in calo. A fare grandi passi avanti - secondo quanto riferito da Amnesty - è stata l'Africa subsahariana, "faro di speranza" dove si è registrato un significativo decremento delle condanne a morte e dove ora sono venti gli Stati abolizionisti. Di fronte ad almeno 21.919 prigionieri in attesa di esecuzione nel mondo, Amnesty International segnala tuttavia nel suo rapporto che, nonostante il calo di condanne ed esecuzioni registrato lo scorso anno, "non è il momento di abbassare la guardia", in quanto in ogni caso, nel 2017, "non sono mancate tendenze preoccupanti" circa il suo uso nel mondo. Amnesty International ha registrato nel 2017 almeno 993 esecuzioni in 23 paesi, il quattro per cento in meno rispetto alle 1032 esecuzioni del 2016 e il 39 per cento in meno rispetto alle 1634 esecuzioni del 2015, il più alto numero dal 1989. La maggior parte delle esecuzioni ha avuto luogo, nell'ordine, in Cina - i cui dati sulle esecuzioni capitali sono tuttavia segreti e l'organizzazione denuncia che sarebbero "migliaia" - , Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan. Questi ultimi 4 Paesi sono responsabili dell'84% di tutte le esecuzioni registrate. Le condanne a morte registrate durante l'anno sono state almeno 2591 in 53 stati, un significativo decremento del 17% rispetto al numero record di 3117 condanne inflitte nel 2016. Amnesty sottolinea che nel mondo, 142 Paesi hanno abolito la pena di morte per legge o nella pratica. Le esecuzioni sono notevolmente diminuite in Bielorussia (del 50 per cento, da almeno quattro ad almeno due), Egitto (20 per cento in meno), Iran (11 per cento), Pakistan (31 per cento) e Arabia Saudita (cinque per cento) mentre sono raddoppiate o quasi raddoppiate in Palestina (da tre a sei nella Striscia di Gaza), Singapore (da quattro a otto) e Somalia (da 14 a 24, la metà delle quali nel Puntland). Nella regione subsahariana, la Guinea è diventata il ventesimo stato abolizionista per tutti i reati, il Kenya ha cancellato l'obbligo di imporre la pena di morte per omicidio e Burkina Faso e Ciad si stanno avviando a introdurre nuove leggi o a modificare quelle in vigore per abrogare la pena capitale. Nel 2016, Amnesty International aveva registrato esecuzioni in cinque stati della regione, mentre nel 2017 solo in due, Sud Sudan e Somalia. La ripresa delle esecuzioni in Botswana e Sudan, nel 2018, secondo Amnesty, non deve oscurare i positivi passi avanti intrapresi da altri stati. "I progressi dell'Africa subsahariana rafforzano la posizione della regione come faro di speranza e fanno auspicare che l'abolizione di questa estrema sanzione, crudele, inumana e degradante sia in vista", ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International. Come la Guinea, anche la Mongolia ha abolito la pena di morte per tutti i reati, mentre il Guatemala solo per i reati comuni. Il Gambia ha firmato un trattato internazionale che l'impegna a non eseguire condanne a morte in vista dell'abolizione della pena capitale. Alla fine dell'anno, 106 stati (oltre la metà del totale) aveva abolito la pena di morte per tutti i reati e 142 (oltre due terzi del totale) l'avevano abolita per legge o nella pratica. Ma Amnesty riferisce anche che, in contrasto con quanto prevede il diritto internazionale, 15 Stati hanno emesso o eseguito condanne a morte per reati connessi alla droga, con un numero record nella regione Medio Oriente-Africa del Nord, mentre la regione Asia-Pacifico si conferma quella col maggior numero di stati che usano la pena di morte per quel genere di reati. Amnesty International ha registrato esecuzioni per reati connessi alla droga in quattro stati: Arabia Saudita, Cina, Iran e Singapore. Iran e Malesia hanno emendato la legislazione per ridurre l'uso della pena di morte per i reati connessi alla droga. In Iran sono state inoltre eseguite almeno cinque condanne a morte nei confronti di persone che al momento del reato avevano meno di 18 anni, e nei bracci della morte di questo stato, alla fine del 2017, ve n'erano almeno altri 80. Persone con disabilità mentale o intellettuale sono state messe a morte o sono rimaste in attesa dell'esecuzione in Giappone, Maldive, Pakistan, Singapore e Usa. Amnesty International ha anche registrato parecchi casi di persone condannate a morte dopo aver "confessato" reati a seguito di maltrattamenti e torture in Arabia Saudita, Bahrein, Cina, Iran e Iraq. L'organizzazione sottolinea che l'impatto dei passi avanti registrati nel 2017 si vedrà nei prossimi mesi e anni, ma "la circostanza che alcuni stati abbiano compiuto passi indietro o abbiano minacciato di farlo rende la campagna per l'abolizione della pena di morte più necessaria che mai". "Negli ultimi 40 anni abbiamo assistito a mutamenti positivi rispetto all'uso globale della pena di morte, ma occorrono altre misure urgenti per fermare l'orribile pratica dell'omicidio di stato", ha evidenziato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

Ansa



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